Fra i molti propositi che mi sono imposto per l’anno venturo — imparare il finlandese, dimenticarlo, comprare un’enciclopedia, non leggerla, pentirmene, rivenderla, ripentirmene — ve n’è uno che mi sta particolarmente a cuore, e che sottopongo all’attenzione del lettore benevolo.
Vorrei che finalmente si imparasse a parlare di animali.
«Ma come!» esclamerà il lettore, che è sempre pronto ad esclamare. «Non si fa altro! I documentari, i social, i programmi televisivi…»
Ecco, appunto. Qui sta il busillis, come diceva mio zio Ivanhoe, che però non sapeva cosa fosse un busillis e lo usava a sproposito, talvolta anche come insulto.
Il fatto è che dell’animale si parla moltissimo, ma dell’animale in quanto tale non si parla affatto. Se ne parla in quanto pretesto.
Prendete il lupo. Il lupo è un canide sociale, con una struttura di branco fluida, comportamenti cooperativi nella caccia e nella cura della prole. Questo è il lupo. Ma quando se ne parla, il lupo diventa immediatamente o il Nemico Ancestrale della Civiltà Pastorale oppure il Simbolo del Selvaggio Incontaminato. Il lupo, insomma, non è mai un lupo. È una bandiera.
Lo stesso dicasi per l’orso, che quando attacca qualcuno diventa oggetto di dibattiti in cui nessuno, dico nessuno, si premura di spiegare cos’è un’area di dominanza, cosa significa comportamento stereotipato, o perché un plantigrado non è un peluche con velleità aggressive.
«Ma il pubblico vuole emozioni!» mi si obietterà.
Certo. E il pubblico vuole anche la cioccolata a colazione, ma non per questo gliela diamo. O meglio, gliela diamo, ma questo è un altro discorso.
Il mio proposito per l’anno nuovo è dunque questo: che nelle nostre conversazioni entrino finalmente parole come etogramma, fitness inclusiva, selezione sessuale, convergenza evolutiva. Non per pedanteria — Dio me ne scampi — ma perché senza queste parole non si capisce nulla. È come voler discutere di musica senza sapere cosa sia una nota. Si può fare, per carità: mio cugino Demis lo fa continuamente. Ma i risultati sono quelli che sono.
Vorrei che quando qualcuno dice «il cane è geloso», qualcun altro potesse rispondere: «Geloso in che senso? Parliamo di possessività alimentare? Di competizione per risorse sociali? O stiamo antropomorfizzando?» E che questa risposta non venisse accolta con lo stesso entusiasmo che si riserva ai guastafeste ai matrimoni.
Vorrei, in sostanza, che la zoologia smettesse di essere o intrattenimento pittoresco o terreno di battaglia ideologica, e diventasse quello che è: una scienza. Una scienza con il suo vocabolario, i suoi metodi, le sue meravigliose complessità.
Il cammino è lungo. Solo ieri ho sentito un tizio in televisione definire le api «generose». Le api! Generose! Come se l’altruismo riproduttivo in insetti eusociali fosse una questione di buon cuore.
Ma non dispero. Dopotutto, un tempo si credeva che le rondini svernassero in fondo agli stagni, e oggi quasi nessuno lo crede più.
Quasi.
P.S. — Ho sottoposto questo articolo a mia zia Gessica, che mi ha detto: «Bello, ma non hai parlato dei gattini.» Ecco: è esattamente questo il problema.
(Autore: Paola Peresin)
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