Category: Regno animale

  • Troppo grandi per bere: il paradosso delle regine dei bombi

    Troppo grandi per bere: il paradosso delle regine dei bombi

    Un recente studio pubblicato su PNAS da un team internazionale guidato da ricercatori della Sun Yat-Sen University rivela un segreto nascosto nella lingua dei bombi, offrendo una spiegazione inaspettata per uno dei comportamenti più caratteristici di questi insetti sociali.

    Nel mondo dei bombi, le regine conducono una doppia vita. Durante la fondazione del nido, quando sono sole, si dedicano instancabilmente alla raccolta del nettare. Ma non appena le prime operaie emergono, la regina abbandona completamente questa attività per concentrarsi sulla deposizione delle uova. Gli scienziati hanno sempre attribuito questo cambiamento a fattori ormonali o metabolici, ma nessuno aveva mai pensato di guardare da vicino la lingua di questi insetti.

    La lingua del bombo è una struttura straordinaria: un organo allungato ricoperto da migliaia di minuscoli peli disposti in anelli concentrici. Quando il bombo si immerge nel nettare e ritrae la lingua, questi peli intrappolano il liquido zuccherino come una spugna microscopica. I ricercatori hanno dissezionato e analizzato al microscopio elettronico le lingue di 99 bombi, tra regine e operaie, scoprendo qualcosa di sorprendente.

    Mentre la lunghezza della lingua aumenta quasi proporzionalmente con le dimensioni corporee, la spaziatura tra i peli cresce molto più lentamente. Questo significa che nelle regine, sempre più grandi delle operaie, i peli risultano troppo distanziati rispetto alle dimensioni della lingua. L’effetto è simile a quello di una spugna con buchi troppo larghi: il liquido sfugge invece di essere trattenuto.

    Per verificare questa ipotesi, i ricercatori hanno filmato ad alta velocità i bombi mentre bevevano soluzioni zuccherine di diversa densità. Hanno così potuto misurare quanto nettare ogni insetto riusciva a catturare con ogni singola leccata. I risultati sono stati eloquenti: a parità di dimensioni corporee, le regine trattenevano sistematicamente meno nettare delle operaie. Il loro “fattore di riempimento“, cioè la percentuale di volume della lingua effettivamente occupata dal liquido, era costantemente inferiore.

    La fisica del fenomeno coinvolge la tensione superficiale del nettare. Quando la lingua si ritrae, il liquido forma dei minuscoli ponti tra un pelo e l’altro. Questi menischi generano una pressione capillare che trattiene il nettare. Ma se i peli sono troppo distanziati, come nelle regine, questa forza di ritenzione si indebolisce e il nettare gocciola via prima di raggiungere la bocca dell’insetto.

    I ricercatori hanno sintetizzato le loro osservazioni in un elegante modello matematico basato su due numeri adimensionali, il numero di Bond e il numero capillare, che descrivono l’equilibrio tra forze gravitazionali, viscose e capillari. Il modello mostra che per mantenere un’elevata efficienza di raccolta all’aumentare delle dimensioni corporee, un insetto dovrebbe modificare la geometria della sua lingua in modo molto più drastico di quanto la biologia consenta. Esiste insomma un vincolo fisico insormontabile che penalizza gli individui più grandi.

    Questa scoperta getta nuova luce sulla divisione del lavoro negli insetti sociali. Le regine non smettono di foraggiare semplicemente perché “scelgono” di dedicarsi alla riproduzione o perché i loro ormoni cambiano. Lo fanno anche perché, letteralmente, non sono attrezzate per farlo bene. La loro lingua, pur essendo più lunga, è troppo porosa per competere con quella delle operaie nella raccolta del nettare.

    Lo studio ha implicazioni che vanno oltre i bombi. Tradizionalmente, l’adattamento tra api e fiori è stato studiato in termini puramente geometrici, confrontando la lunghezza della lingua con la profondità della corolla. Questo lavoro suggerisce che bisogna considerare anche la “porosità” della lingua e le proprietà fisiche del nettare. È un cambio di prospettiva che potrebbe aiutare a comprendere meglio l’evoluzione delle relazioni tra impollinatori e piante, e che potrebbe persino ispirare la progettazione di nuove superfici porose per applicazioni tecnologiche.

    (Autore: Paola Peresin)
    (Foto: Qdpnews.it)
    (Foto di proprietà di Dplay Srl)
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  • Alimentare correttamente gli uccelli liberi: i consigli di Pra Zoo per tutelare l’ambiente

    Alimentare correttamente gli uccelli liberi: i consigli di Pra Zoo per tutelare l’ambiente

    Nel territorio della Marca Trevigiana, in particolare durante i mesi invernali, sostenere l’avifauna locale rappresenta un gesto semplice ma fondamentale per la tutela dell’ambiente. Il tema è stato al centro di un nuovo appuntamento informativo promosso da Pra Zoo, con la partecipazione di Alessio Trentin socio e co-titolare insieme a Mattia, dedicato all’alimentazione corretta degli uccelli liberi.

    In natura esiste una grande varietà di alimenti adatti agli uccelli selvatici che popolano giardini, aree verdi e campagne del Trevigiano. Tra i più diffusi ci sono le palline di grasso, che possono essere inserite in appositi dispenser riutilizzabili e che rappresentano una fonte energetica essenziale nei periodi più freddi. Questi alimenti possono essere realizzati con grassi di origine animale o vegetale e arricchiti con semi di girasole, arachidi, insetti, noci e altri ingredienti naturali, fondamentali per aiutare i volatili a superare l’inverno.

    Accanto alle palline di grasso, è possibile integrare l’alimentazione con semi di girasole anche nella versione di girasole intero, frutta secca, mais, noci sgusciate e tortine di grasso, da collocare nelle apposite mangiatoie. Le mangiatoie possono essere appese agli alberi, posizionate su tavoli o installate su pali di sostegno, permettendo agli uccelli di nutrirsi in sicurezza.

    Oggi esiste un’ampia varietà di mangiatoie e dispenser realizzati in legno, metallo o plastica riciclata, materiali pensati per resistere agli agenti atmosferici. È però fondamentale posizionarli in luoghi protetti, lontani da gatti o altri predatori, per garantire tranquillità agli uccelli durante l’alimentazione.

    Particolare attenzione va posta anche agli alimenti da evitare. Il pane, ad esempio, è difficile da digerire e contiene lieviti che possono causare problemi agli uccelli. Allo stesso modo, gli alimenti cotti, salati o zuccherati non sono adatti alla loro dieta naturale e possono risultare dannosi per la salute.

    Offrire cibo corretto agli uccelli liberi significa contribuire concretamente alla conservazione della biodiversità e al mantenimento di un ecosistema equilibrato, valorizzando il patrimonio naturale del territorio trevigiano e promuovendo una maggiore consapevolezza ambientale.

    (Autore: Dplay)
    (Foto e video: Mihaela Condurache)
    (Articolo, foto e video di proprietà Dplay Srl)
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  • Lupi come ombre nella neve

    Lupi come ombre nella neve

    I lupi non si lasciano fotografare quando vogliono davvero nascondersi. Questa potrebbe essere la sintesi di uno studio che ha confrontato due modi molto diversi di osservare la vita quotidiana di questi predatori: le fototrappole piazzate lungo le strade forestali e i sensori di movimento agganciati direttamente al collo degli animali.

    Per oltre un decennio, ricercatori in Croazia e nella Turchia nordorientale hanno raccolto dati su trentasette lupi dotati di collari con accelerometri, dispositivi capaci di registrare ogni movimento del corpo, ogni corsa, ogni riposo. Contemporaneamente, centinaia di fototrappole disseminate lungo le strade forestali immortalavano il passaggio di questi carnivori, accumulando migliaia di scatti.

    Il confronto tra i due metodi ha rivelato qualcosa di interessante. In linea generale, entrambi gli approcci concordano sul fatto che i lupi siano animali prevalentemente notturni, con un calo di attività nelle ore centrali del giorno. Ma quando si entra nei dettagli, le differenze diventano significative. Le fototrappole, per esempio, non sono riuscite a cogliere un cambiamento importante nel comportamento dei lupi durante la tarda primavera, quando le femmine allevano i cuccioli. In quel periodo, gli accelerometri hanno registrato un aumento dell’attività diurna, probabilmente legato alla necessità di procurare prede più piccole e vulnerabili per nutrire i piccoli. Le telecamere sulle strade, invece, non hanno catturato questo fenomeno, semplicemente perché i lupi in quei momenti evitavano le vie forestali.

    Il motivo è legato al modo in cui questi animali usano le strade. I lupi le percorrono soprattutto per spostarsi rapidamente da un punto all’altro del territorio, specialmente durante le ore notturne quando il rischio di incontrare esseri umani è minimo. Ma per attività più delicate, come il riposo o la cura dei cuccioli, preferiscono stare alla larga dai sentieri battuti. Questo significa che una fototrappola piazzata su una strada cattura solo una fetta particolare del comportamento del lupo, quella legata agli spostamenti veloci.

    Le differenze tra i due siti di studio hanno aggiunto ulteriori sfumature. In Croazia, dove i lupi si nutrono in buona parte di ungulati selvatici come caprioli e cervi, la correlazione tra i dati delle fototrappole e quelli degli accelerometri era più forte. In Turchia, invece, dove il bestiame domestico e i piccoli mammiferi costituiscono la base dell’alimentazione e dove i boschi sono più radi, le discrepanze erano maggiori. I lupi turchi, costretti a cacciare in aree aperte dove non è possibile installare telecamere, risultavano quasi invisibili alle fototrappole durante alcune ore del giorno.

    Un altro fattore interessante riguarda la neve. Durante l’inverno croato, le fototrappole hanno registrato un picco di attività notturna dei lupi sulle strade. La spiegazione più probabile è che le strade sgomberate dalla neve offrissero percorsi più agevoli rispetto al sottobosco innevato. In Turchia, invece, dove le strade forestali in inverno vengono raramente utilizzate e si coprono di neve più del terreno circostante grazie alla minore copertura arborea, i lupi tendevano a evitarle, risultando meno visibili alle telecamere proprio nei mesi più freddi.

    Questi risultati non significano che le fototrappole siano uno strumento inutile per studiare la fauna selvatica. Al contrario, rappresentano un metodo economico e non invasivo che può fornire informazioni preziose sulla presenza e sulla distribuzione delle specie. Ma suggeriscono cautela nell’interpretazione dei dati, soprattutto quando le telecamere vengono posizionate in punti strategici come strade e sentieri piuttosto che in modo casuale sul territorio.

    La lezione più importante riguarda forse la complessità del comportamento animale. Un lupo non è semplicemente attivo o inattivo in determinate ore del giorno. La sua attività cambia in base alla stagione, alle condizioni meteorologiche, alla disponibilità di prede, alla presenza umana e persino alla conformazione del terreno. Catturare questa complessità richiede strumenti diversi, ciascuno con i propri punti di forza e i propri limiti. Gli accelerometri offrono un ritratto dettagliato e continuo della vita di un singolo individuo, ma richiedono la cattura e la manipolazione dell’animale. Le fototrappole permettono di monitorare intere comunità senza disturbo, ma raccontano solo ciò che accade nei luoghi dove sono installate.

    In un’epoca in cui la tecnologia offre strumenti sempre più sofisticati per osservare la natura, questo studio ricorda che nessun metodo è perfetto e che la verità spesso emerge dal confronto tra prospettive diverse. I lupi, dal canto loro, continuano a vivere le loro vite complesse, indifferenti agli sforzi umani di comprenderli, svelando i loro segreti solo a chi sa guardare nel posto giusto al momento giusto.

    (Autore: Paola Peresin)
    (Foto: archivio Qdpnews.it)
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  • Dell’urgenza di chiamare le bestie col loro nome. Propositi per l’anno nuovo, con annesse considerazioni zoologiche

    Dell’urgenza di chiamare le bestie col loro nome. Propositi per l’anno nuovo, con annesse considerazioni zoologiche

    Fra i molti propositi che mi sono imposto per l’anno venturo — imparare il finlandese, dimenticarlo, comprare un’enciclopedia, non leggerla, pentirmene, rivenderla, ripentirmene — ve n’è uno che mi sta particolarmente a cuore, e che sottopongo all’attenzione del lettore benevolo.

    Vorrei che finalmente si imparasse a parlare di animali.

    «Ma come!» esclamerà il lettore, che è sempre pronto ad esclamare. «Non si fa altro! I documentari, i social, i programmi televisivi…»

    Ecco, appunto. Qui sta il busillis, come diceva mio zio Ivanhoe, che però non sapeva cosa fosse un busillis e lo usava a sproposito, talvolta anche come insulto.

    Il fatto è che dell’animale si parla moltissimo, ma dell’animale in quanto tale non si parla affatto. Se ne parla in quanto pretesto.

    Prendete il lupo. Il lupo è un canide sociale, con una struttura di branco fluida, comportamenti cooperativi nella caccia e nella cura della prole. Questo è il lupo. Ma quando se ne parla, il lupo diventa immediatamente o il Nemico Ancestrale della Civiltà Pastorale oppure il Simbolo del Selvaggio Incontaminato. Il lupo, insomma, non è mai un lupo. È una bandiera.

    Lo stesso dicasi per l’orso, che quando attacca qualcuno diventa oggetto di dibattiti in cui nessuno, dico nessuno, si premura di spiegare cos’è un’area di dominanza, cosa significa comportamento stereotipato, o perché un plantigrado non è un peluche con velleità aggressive.

    «Ma il pubblico vuole emozioni!» mi si obietterà.

    Certo. E il pubblico vuole anche la cioccolata a colazione, ma non per questo gliela diamo. O meglio, gliela diamo, ma questo è un altro discorso.

    Il mio proposito per l’anno nuovo è dunque questo: che nelle nostre conversazioni entrino finalmente parole come etogramma, fitness inclusiva, selezione sessuale, convergenza evolutiva. Non per pedanteria — Dio me ne scampi — ma perché senza queste parole non si capisce nulla. È come voler discutere di musica senza sapere cosa sia una nota. Si può fare, per carità: mio cugino Demis lo fa continuamente. Ma i risultati sono quelli che sono.

    Vorrei che quando qualcuno dice «il cane è geloso», qualcun altro potesse rispondere: «Geloso in che senso? Parliamo di possessività alimentare? Di competizione per risorse sociali? O stiamo antropomorfizzando?» E che questa risposta non venisse accolta con lo stesso entusiasmo che si riserva ai guastafeste ai matrimoni.

    Vorrei, in sostanza, che la zoologia smettesse di essere o intrattenimento pittoresco o terreno di battaglia ideologica, e diventasse quello che è: una scienza. Una scienza con il suo vocabolario, i suoi metodi, le sue meravigliose complessità.

    Il cammino è lungo. Solo ieri ho sentito un tizio in televisione definire le api «generose». Le api! Generose! Come se l’altruismo riproduttivo in insetti eusociali fosse una questione di buon cuore.

    Ma non dispero. Dopotutto, un tempo si credeva che le rondini svernassero in fondo agli stagni, e oggi quasi nessuno lo crede più.

    Quasi.

    P.S. — Ho sottoposto questo articolo a mia zia Gessica, che mi ha detto: «Bello, ma non hai parlato dei gattini.» Ecco: è esattamente questo il problema.

    (Autore: Paola Peresin)
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