L’Italia sa riciclare, e lo fa bene. Anzi, benissimo se guardiamo ai numeri: siamo tra i primi in Europa per capacità di recupero dei materiali, con filiere storiche come carta, vetro e metalli che raggiungono tassi superiori al settanta per cento. Eppure, dietro questa medaglia luccicante si nasconde un rovescio meno rassicurante. Il rapporto “L’Italia che Ricicla 2025”, presentato a Roma dalla sezione Unicircular di Assoambiente, racconta un Paese che eccelle nella tecnica ma arranca nella strategia, capace di trasformare i rifiuti in risorse ma incapace di costruire attorno a questa abilità un vero modello di sostenibilità industriale.
Partiamo dai numeri, che sono impressionanti. Ogni anno l’Italia produce quasi 194 milioni di tonnellate di rifiuti. La gran parte, oltre 164 milioni, sono rifiuti speciali provenienti soprattutto dal settore delle costruzioni e demolizioni, dal trattamento dei rifiuti stessi e dalle attività manifatturiere. I rifiuti urbani, quelli che produciamo nelle nostre case, ammontano invece a circa 29 milioni di tonnellate, dominati dalla frazione organica, seguita da carta e cartone, plastica e vetro. La raccolta differenziata ha raggiunto il 66,6 per cento, un traguardo significativo che ci pone tra i virtuosi del continente.
Ma cosa succede dopo che separiamo diligentemente i nostri rifiuti? Oltre la metà dei rifiuti urbani viene effettivamente riciclata, un quinto finisce negli impianti di recupero energetico e circa il sedici per cento prende ancora la strada della discarica. Per i rifiuti speciali le performance sono ancora migliori, con un tasso di riciclo che sfiora il 73 per cento. Numeri che farebbero invidia a molti partner europei e che testimoniano una cultura della sostenibilità ambientale ormai radicata nel tessuto produttivo del Paese.
Il problema, però, è che questi risultati non si traducono in un vantaggio competitivo duraturo. L’Italia ricicla molto ma non ha ancora imparato a trasformare questa capacità in autonomia dalle importazioni di materie prime, in risparmio energetico strutturale, in un contributo sostanziale agli obiettivi climatici europei. Come ha sottolineato Paolo Barberi, presidente di Unicircular, il rischio concreto è che l’economia circolare resti un’etichetta da esibire piuttosto che un motore di sviluppo sostenibile.
Le criticità più evidenti emergono in quattro settori strategici. La plastica vive una crisi profonda, schiacciata dalla concorrenza dei polimeri vergini che costano meno di quelli riciclati, da bollette energetiche pesanti e da un quadro normativo incerto. Il settore dell’edilizia presenta un paradosso emblematico: il tasso di recupero dei rifiuti da costruzione e demolizione supera l’ottanta per cento, ma gli aggregati riciclati restano accumulati nei piazzali perché nessuno li vuole. I capitolati degli appalti continuano a preferire materiali vergini e le normative cambiano da regione a regione, rendendo impossibile costruire un mercato nazionale.
Il tessile, in un Paese che è uno dei poli europei della moda, soffre di una raccolta ancora troppo scarsa per alimentare un’industria del riciclo competitiva. I rifiuti elettronici, i cosiddetti RAEE, vengono raccolti in quantità insufficienti, con la conseguenza che materiali preziosi e terre rare finiscono dispersi invece di tornare nel ciclo produttivo.
Anche dove il sistema funziona, come nelle filiere della carta e del vetro, pesano i costi energetici elevati degli impianti e l’impatto del sistema europeo di scambio delle emissioni, che erode i margini delle imprese. Il tessuto industriale del riciclo italiano, infatti, è composto prevalentemente da micro e piccole aziende che operano con margini ridotti e sono esposte alla volatilità dei prezzi delle materie prime seconde. Manca quella massa critica che permetterebbe di negoziare condizioni migliori e di investire in innovazione sostenibile.
La via d’uscita, secondo il rapporto, passa attraverso quella che viene definita osmosi industriale: collaborazioni tra imprese, scambi di sottoprodotti, integrazione delle filiere. Ma soprattutto servono interventi di sistema come regole chiare e uniformi su tutto il territorio nazionale, una fiscalità che premi davvero chi investe nella circolarità, criteri efficaci per definire quando un rifiuto cessa di essere tale e diventa una risorsa, e una politica di acquisti pubblici che trascini il mercato dei materiali riciclati invece di ignorarlo.
La posta in gioco va oltre l’ambiente. Il riciclo è diventato una questione di sicurezza delle risorse, di competitività industriale, di indipendenza strategica. In un mondo dove le materie prime scarseggiano e le catene di approvvigionamento si fanno sempre più fragili, saper recuperare e riutilizzare i materiali non è più solo una buona pratica ecologica ma una necessità economica. L’Italia ha le competenze e le tecnologie per giocare un ruolo da protagonista in questa partita. Quello che ancora manca è la visione per mettere insieme i pezzi e trasformare una somma di eccellenze locali in una strategia nazionale di sostenibilità.
La transizione verso un’economia realmente circolare rappresenta anche una delle leve più efficaci per la decarbonizzazione del Paese. Riciclare significa ridurre le emissioni legate all’estrazione e alla lavorazione di materie prime vergini, abbattere i consumi energetici e diminuire la dipendenza da fornitori esteri. In questo senso, la sostenibilità ambientale e quella economica camminano insieme, e il riciclo diventa il punto di incontro tra esigenze ecologiche e interessi industriali.
Il rapporto “L’Italia che Ricicla 2025” ci restituisce insomma l’immagine di un Paese a metà del guado. Da una parte risultati tecnici di primo livello, dall’altra un sistema che non riesce a valorizzarli pienamente. La sfida dei prossimi anni sarà colmare questo divario, trasformando i numeri del riciclo in valore economico, posti di lavoro e autonomia dalle importazioni. Perché riciclare bene non basta più: bisogna anche saper costruire, attorno al riciclo, un futuro davvero sostenibile.
(Autore: Paola Peresin)
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