Category: Ambiente e sostenibilità

  • Caccia sostenibile: se non la misuri, non esiste

    Caccia sostenibile: se non la misuri, non esiste

    Ancora una volta mi sono trovata nel mezzo della solita diatriba manichea: caccia sì, caccia no. Un dibattito in cui tradizioni, storia, scienza e valori si mescolano fino a confondersi, e in cui troppo spesso si fa cherry picking delle fonti scientifiche, citando solo ciò che conviene.

    Proviamo a fare ordine.

    La caccia (prelievo venatorio) è prima di tutto un’attività ricreativa: si pratica per passione, tradizione, svago. Tutti obiettivi che riguardano noi, la nostra specie. Quando allarghiamo l’orizzonte degli obiettivi, da noi stessi al resto del mondo, nulla impedisce a un’attività ricreativa di diventare uno strumento utile alla conservazione, ma il passaggio dall’una all’altra è tutt’altro che automatico.

    Richiede innanzitutto che i piani di abbattimento siano costruiti su parametri biologici solidi – censimenti, dinamiche di popolazione, soglie di prelievo sostenibile – e che questi parametri vengano rispettati. La caccia ricreativa quindi può diventare uno strumento di conservazione. Questa affermazione, che a molti suonerà controintuitiva se non provocatoria, trova in realtà un certo sostegno nella letteratura scientifica. E quando parliamo di sostenibilità, come sempre in questa rubrica, non ci riferiamo a un principio etico o a un ideale astratto, ma a qualcosa che si misura: tassi di prelievo, dinamiche di popolazione, dati verificabili. Obiettivi faunistici chiari e risultati che vi convergano. La domanda non è se la caccia sia giusta o sbagliata, ma se i numeri tornino. Il problema, semmai, è un altro: che le condizioni necessarie affinché il prelievo venatorio produca effettivamente benefici per la fauna selvatica esistano più sulla carta che nella realtà.

    Partiamo da ciò che la scienza riconosce come plausibile. Un articolo pubblicato nel 2025 sull’European Journal of Wildlife Research lo afferma con chiarezza: la caccia ricreativa, quando guidata da principi scientifici e dati affidabili, può costituire una pratica sostenibile e contribuire positivamente alla gestione della fauna (che non è il prelievo venatorio!) e alla conservazione degli ecosistemi. Non si tratta di una posizione isolata. Uno studio apparso su Ecology Letters nel 2022 ha dimostrato come un prelievo moderato possa persino stabilizzare le dinamiche di popolazione, proteggendo alcune specie dagli effetti degli eventi climatici estremi. Il meccanismo è elegante nella sua semplicità: riducendo la densità degli individui, si attenua la competizione per le risorse alimentari, e gli animali che sopravvivono alla stagione venatoria affrontano l’inverno in condizioni migliori.

    A questo si aggiunge l’argomento economico, particolarmente rilevante in contesti dove la fauna selvatica non ha altro valore di mercato. In Africa subsahariana, la caccia al trofeo genera entrate che, almeno in teoria, dovrebbero finanziare la conservazione e incentivare la tutela degli habitat. Il caso del rinoceronte bianco sudafricano viene citato come esempio paradigmatico: quando la caccia fu legalizzata nel 1968, la popolazione contava circa mille individui; l’incentivo economico spinse i proprietari terrieri a reintrodurre e allevare la specie, che oggi supera i diciottomila esemplari. Un successo innegabile, almeno nei numeri.

    Il quadro, tuttavia, si complica non appena si passa dai principi teorici alla loro applicazione. Una revisione sistematica pubblicata su One Earth nel 2021, che ha analizzato oltre mille articoli scientifici sulla caccia ricreativa prodotti in quasi settant’anni di ricerca, giunge a una conclusione scomoda: mancano ancora evidenze sufficienti per rispondere alle domande più pressanti, ovvero dove e come la caccia contribuisca effettivamente a sforzi di conservazione reali e sostenibili. In altre parole, sappiamo molto sull’ecologia delle specie cacciate, ma sappiamo poco su cosa succede quando i modelli gestionali incontrano la realtà delle istituzioni, delle comunità locali, degli interessi economici.

    Il punto è che la sostenibilità della caccia non è una proprietà intrinseca dell’attività venatoria, ma il risultato di un sistema regolatorio che funziona. Alcuni ricercatori lo hanno sottolineato con forza: sono stati i sistemi di regolamentazione, non la caccia in sé, a salvare molte popolazioni dall’estinzione tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. La distinzione può sembrare sottile, ma ha implicazioni profonde. Attribuire il merito alla caccia anziché alle regole che la governano significa confondere la causa con l’effetto e, potenzialmente, legittimare pratiche che di sostenibile hanno solo il nome.

    E qui emergono le criticità. Perché la caccia sia sostenibile servono censimenti rigorosi delle popolazioni, quote di prelievo calibrate sui dati demografici, controlli efficaci sul rispetto delle norme, trasparenza nella gestione dei fondi. Servono, in sostanza, istituzioni che funzionano. Ma quanto spesso queste condizioni si verificano? Uno studio condotto in Zimbabwe ha rilevato che le quote di abbattimento non sempre si basano su dati scientifici solidi, ma su opinioni soggettive e processi decisionali opachi. In alcune aree, l’uso di quote fisse incentiva il prelievo di individui giovani o in età riproduttiva, compromettendo la vitalità delle popolazioni nel lungo periodo. La corruzione fa il resto: in diversi paesi africani, le entrate della caccia al trofeo non raggiungono mai gli obiettivi di conservazione dichiarati.

    Il contesto italiano offre un esempio diverso ma non meno istruttivo. Le popolazioni di ungulati sono in costante crescita da decenni, con il cinghiale che ha superato i due milioni di individui generando danni enormi all’agricoltura e rischi per la sicurezza stradale. La caccia di selezione è riconosciuta come strumento di gestione, e l’ISPRA fornisce linee guida scientifiche per la definizione dei piani di prelievo. Eppure, esperti del settore hanno denunciato come queste linee guida vengano sistematicamente disattese da alcune Regioni, che autorizzano prelievi superiori a quanto ritenuto sostenibile dall’Istituto. La biologia della conservazione insegna che l’ampliamento del prelievo venatorio, in assenza di dati solidi sulle popolazioni, non è uno strumento di gestione faunistica efficace e può produrre impatti ambientali difficili da invertire. Sto scrivendo di principi ecologici elementari, non di fisica teorica.

    C’è poi la questione degli effetti a cascata sull’ecosistema. Uno studio pubblicato su Communications Biology nel 2019 ha confrontato aree soggette a caccia intensiva con aree caratterizzate da degrado dell’habitat nel Sud-est asiatico, riscontrando tassi di estinzione funzionale più elevati nelle aree cacciate. La rimozione eccessiva di animali frugivori compromette la dispersione dei semi, aumentando il rischio di estinzione locale di specie arboree che dipendono da quei dispersori. L’ecosistema, insomma, è un sistema interconnesso, e gli effetti di un prelievo mal calibrato si propagano ben oltre le specie direttamente cacciate.

    Tutto questo non significa che la caccia non possa mai essere sostenibile. Significa, piuttosto, che le condizioni necessarie affinché lo sia sono stringenti e raramente soddisfatte nella loro interezza. Il modello nordamericano, spesso citato come esempio di successo, ha prodotto risultati impressionanti per alcune specie di interesse venatorio, ma il novanta per cento dei fondi generati sostiene solo il dieci per cento delle specie, prevalentemente ungulati e grandi carnivori. È un successo parziale, che lascia scoperta la gran parte della biodiversità.

    Gli stessi sostenitori della caccia come strumento di conservazione riconoscono che il suo futuro dipende dalla capacità di diventare pienamente sostenibile, socialmente accettata e basata sulla gestione adattativa. Ma questa è, appunto, una condizione futura, un obiettivo da raggiungere, non una realtà già esistente. E la distanza tra il principio e la pratica, tra il modello teorico e la sua implementazione, rimane il nodo irrisolto di tutto il dibattito.

    La scienza, in definitiva, ci dice che la caccia ricreativa potrebbe essere compatibile con la conservazione, e in alcuni casi specifici probabilmente lo è. Ma ci dice anche che i metodi comunemente usati per valutare la sostenibilità del prelievo venatorio hanno prestazioni scarse e rimangono in uso nonostante i loro limiti. Ci dice che le evidenze a supporto di un beneficio netto della caccia per le specie cacciate sono deboli. Ci dice che dove mancano istituzioni solide, dati affidabili e controlli efficaci, il prelievo venatorio rischia di trasformarsi nel suo opposto, una minaccia anziché una risorsa per la fauna selvatica.

    Forse la domanda da porsi non è se la caccia possa essere sostenibile in astratto, ma se lo sia concretamente, qui e ora, nei contesti specifici in cui viene praticata. E su questo, la risposta della scienza è molto più cauta di quanto il dibattito pubblico lasci intendere.

    Se volete approfondire

    Carranza J. et al. (2025). The challenge of science in the face of polarization around recreational hunting. European Journal of Wildlife Research. https://link.springer.com/article/10.1007/s10344-025-01983-8

    Peeters B. et al. (2022). Harvesting can stabilize population fluctuations and buffer the impacts of extreme climatic events. Ecology Letters, 25(4), 814-826. https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/ele.13963

    Booth H. et al. (2021). Consequences of recreational hunting for biodiversity conservation and livelihoods. One Earth, 4(2), 238-253. https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2590332221000609

    Treves A. et al. (2019). Differentiating between regulation and hunting as conservation interventions. Conservation Biology, 33(2), 472-475. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7379586/

    Matipano G. et al. (2016). Trophy Hunting and Sustainability: Temporal Dynamics in Trophy Quality and Harvesting Patterns in a Tropical Semi-Arid Savanna Ecosystem. PLOS ONE. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC5063477/

    Tilker A. et al. (2019). Habitat degradation and indiscriminate hunting differentially impact faunal communities in the Southeast Asian tropical biodiversity hotspot. Communications Biology, 2, 396. https://www.nature.com/articles/s42003-019-0640-y

    Weinbaum K.Z. et al. (2013). Searching for sustainability: are assessments of wildlife harvests behind the times? Ecology Letters, 16(1), 99-111. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3521087/

    Lindsey P.A. et al. (2007). Economic and conservation significance of the trophy hunting industry in sub-Saharan Africa. Biological Conservation, 134(4), 455-469. https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0006320706003831

    (Autore: Paola Peresin)
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  • Sostenibilità incompiuta: l’Italia ricicla ma non capitalizza

    Sostenibilità incompiuta: l’Italia ricicla ma non capitalizza

    L’Italia sa riciclare, e lo fa bene. Anzi, benissimo se guardiamo ai numeri: siamo tra i primi in Europa per capacità di recupero dei materiali, con filiere storiche come carta, vetro e metalli che raggiungono tassi superiori al settanta per cento. Eppure, dietro questa medaglia luccicante si nasconde un rovescio meno rassicurante. Il rapporto “L’Italia che Ricicla 2025”, presentato a Roma dalla sezione Unicircular di Assoambiente, racconta un Paese che eccelle nella tecnica ma arranca nella strategia, capace di trasformare i rifiuti in risorse ma incapace di costruire attorno a questa abilità un vero modello di sostenibilità industriale.

    Partiamo dai numeri, che sono impressionanti. Ogni anno l’Italia produce quasi 194 milioni di tonnellate di rifiuti. La gran parte, oltre 164 milioni, sono rifiuti speciali provenienti soprattutto dal settore delle costruzioni e demolizioni, dal trattamento dei rifiuti stessi e dalle attività manifatturiere. I rifiuti urbani, quelli che produciamo nelle nostre case, ammontano invece a circa 29 milioni di tonnellate, dominati dalla frazione organica, seguita da carta e cartone, plastica e vetro. La raccolta differenziata ha raggiunto il 66,6 per cento, un traguardo significativo che ci pone tra i virtuosi del continente.

    Ma cosa succede dopo che separiamo diligentemente i nostri rifiuti? Oltre la metà dei rifiuti urbani viene effettivamente riciclata, un quinto finisce negli impianti di recupero energetico e circa il sedici per cento prende ancora la strada della discarica. Per i rifiuti speciali le performance sono ancora migliori, con un tasso di riciclo che sfiora il 73 per cento. Numeri che farebbero invidia a molti partner europei e che testimoniano una cultura della sostenibilità ambientale ormai radicata nel tessuto produttivo del Paese.

    Il problema, però, è che questi risultati non si traducono in un vantaggio competitivo duraturo. L’Italia ricicla molto ma non ha ancora imparato a trasformare questa capacità in autonomia dalle importazioni di materie prime, in risparmio energetico strutturale, in un contributo sostanziale agli obiettivi climatici europei. Come ha sottolineato Paolo Barberi, presidente di Unicircular, il rischio concreto è che l’economia circolare resti un’etichetta da esibire piuttosto che un motore di sviluppo sostenibile.

    Le criticità più evidenti emergono in quattro settori strategici. La plastica vive una crisi profonda, schiacciata dalla concorrenza dei polimeri vergini che costano meno di quelli riciclati, da bollette energetiche pesanti e da un quadro normativo incerto. Il settore dell’edilizia presenta un paradosso emblematico: il tasso di recupero dei rifiuti da costruzione e demolizione supera l’ottanta per cento, ma gli aggregati riciclati restano accumulati nei piazzali perché nessuno li vuole. I capitolati degli appalti continuano a preferire materiali vergini e le normative cambiano da regione a regione, rendendo impossibile costruire un mercato nazionale. 

    Il tessile, in un Paese che è uno dei poli europei della moda, soffre di una raccolta ancora troppo scarsa per alimentare un’industria del riciclo competitiva. I rifiuti elettronici, i cosiddetti RAEE, vengono raccolti in quantità insufficienti, con la conseguenza che materiali preziosi e terre rare finiscono dispersi invece di tornare nel ciclo produttivo.

    Anche dove il sistema funziona, come nelle filiere della carta e del vetro, pesano i costi energetici elevati degli impianti e l’impatto del sistema europeo di scambio delle emissioni, che erode i margini delle imprese. Il tessuto industriale del riciclo italiano, infatti, è composto prevalentemente da micro e piccole aziende che operano con margini ridotti e sono esposte alla volatilità dei prezzi delle materie prime seconde. Manca quella massa critica che permetterebbe di negoziare condizioni migliori e di investire in innovazione sostenibile.

    La via d’uscita, secondo il rapporto, passa attraverso quella che viene definita osmosi industriale: collaborazioni tra imprese, scambi di sottoprodotti, integrazione delle filiere. Ma soprattutto servono interventi di sistema come regole chiare e uniformi su tutto il territorio nazionale, una fiscalità che premi davvero chi investe nella circolarità, criteri efficaci per definire quando un rifiuto cessa di essere tale e diventa una risorsa, e una politica di acquisti pubblici che trascini il mercato dei materiali riciclati invece di ignorarlo.

    La posta in gioco va oltre l’ambiente. Il riciclo è diventato una questione di sicurezza delle risorse, di competitività industriale, di indipendenza strategica. In un mondo dove le materie prime scarseggiano e le catene di approvvigionamento si fanno sempre più fragili, saper recuperare e riutilizzare i materiali non è più solo una buona pratica ecologica ma una necessità economica. L’Italia ha le competenze e le tecnologie per giocare un ruolo da protagonista in questa partita. Quello che ancora manca è la visione per mettere insieme i pezzi e trasformare una somma di eccellenze locali in una strategia nazionale di sostenibilità.

    La transizione verso un’economia realmente circolare rappresenta anche una delle leve più efficaci per la decarbonizzazione del Paese. Riciclare significa ridurre le emissioni legate all’estrazione e alla lavorazione di materie prime vergini, abbattere i consumi energetici e diminuire la dipendenza da fornitori esteri. In questo senso, la sostenibilità ambientale e quella economica camminano insieme, e il riciclo diventa il punto di incontro tra esigenze ecologiche e interessi industriali.

    Il rapporto “L’Italia che Ricicla 2025” ci restituisce insomma l’immagine di un Paese a metà del guado. Da una parte risultati tecnici di primo livello, dall’altra un sistema che non riesce a valorizzarli pienamente. La sfida dei prossimi anni sarà colmare questo divario, trasformando i numeri del riciclo in valore economico, posti di lavoro e autonomia dalle importazioni. Perché riciclare bene non basta più: bisogna anche saper costruire, attorno al riciclo, un futuro davvero sostenibile.

    (Autore: Paola Peresin)
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  • Arance, protagoniste della ricerca

    Arance, protagoniste della ricerca

    Le arance sono gli agrumi più conosciuti e usati nell’alimentazione umana, quelle che portiamo normalmente sulle nostre tavole sono le arance dolci, da non confondere con le arance amare, e senza dimenticare le arance rosse di Sicilia, dalla caratteristica polpa di colore rosso rubino.

    Le arance sono considerate dei frutti benefici per la salute soprattutto per la loro ricchezza di Vitamina C che ci aiuterebbe nella prevenzione del raffreddore e dei malanni stagionali, rafforzando il sistema immunitario. Hanno delle proprietà anticancro che aiutano soprattutto a contrastare alcuni tipi di tumori che possono interessare la pelle, i polmoni, il seno, lo stomaco e il colon. Per il loro contenuto di potassio, le arance sono considerate benefiche per il cuore e la circolazione.

    Hanno proprietà antiossidanti, rinfrescanti e astringenti. La loro ricchezza di fibre aiuta ad alleviare la stitichezza e inoltre stimola l’apparato digerente per aiutarlo nell’eliminazione delle tossine. Le arance sono ricche di carotenoidi, delle sostanze che contribuiscono a proteggere gli occhi e la vista.

    Sono una fonte importante di vitamine e di sali minerali. Le arance con il loro contenuto di vitamina C contribuiscono a favorire l’assorbimento del ferro contenuto nei cibi vegetali. Si tenga presente che 100 grammi di arance forniscono al nostro organismo circa 53,2 mg di vitamina C, le cui dosi regolari, corrispondenti ad almeno un grammo assunto quotidianamente, hanno ridotto la durata media del raffreddore del 18% nei bambini e dell’8% negli adulti.

    Le arance, come tutti gli agrumi, sono un frutto poco calorico. Infatti 100 grammi di arance (parte edibile) apportano al nostro organismo soltanto circa 47 calorie. È stato riscontrato un particolare beneficio nelle arance rosse di Sicilia: per via di un particolare gene queste arance risultano utili per prevenire l’obesità e le malattie cardiache. Il merito è delle antocianine che proteggono il nostro Dna dallo stress ossidativo e dunque dai processi degenerativi e dall’invecchiamento precoce. Bere succo d’arancia con costanza contribuirebbe a migliorare le funzioni cognitive degli over 65. I ricercatori hanno valutato soprattutto il potere antiossidante di questi preziosi agrumi. I benefici riguarderebbero soprattutto il miglioramento delle funzionalità cerebrali e cognitive.

    Normalmente le arance non hanno particolari controindicazioni, ma potrebbero esserci casi di allergie, intolleranze, problemi di salute, assunzione di farmaci specifici o diete speciali da seguire per cui le arance potrebbero risultare sconsigliate.

    (Autore: Coldiretti, Campagna Amica. A cura di Giorgio e Cinzia Myriam Calabrese)
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  • Climate risk e decisioni strategiche d’impresa

    Climate risk e decisioni strategiche d’impresa

    L’integrazione dei rischi climatici nei processi decisionali aziendali tra impatti fisici, transizione regolatoria, innovazione tecnologica e tutela della competitività nel lungo periodo.

    Il rischio climatico si è progressivamente affermato come una delle variabili più rilevanti nella valutazione della solidità economica delle imprese e della stabilità dei sistemi finanziari. La capacità delle imprese di individuare, valutare e governare tali elementi assume rilievo centrale non solo nell’ambito delle politiche di sostenibilità, ma anche ai fini dell’assetto di governance, dell’adempimento dei doveri degli organi sociali e dell’adeguatezza complessiva dei sistemi di controllo interno. Tali elementi si riflettono inoltre sulla valutazione della continuità aziendale, sull’affidabilità dei flussi di cassa prospettici e sulla capacità dell’impresa di generare valore nel medio-lungo periodo.

    Il rischio climatico si articola tradizionalmente in 2 dimensioni strettamente interconnesse: i rischi fisici e i rischi di transizione. I primi si manifestano attraverso impatti diretti e indiretti riconducibili a eventi estremi e a mutamenti strutturali delle condizioni ambientali, come interruzioni della produzione dovute a eventi meteorologici intensi, danneggiamenti di impianti e infrastrutture, criticità nelle catene di approvvigionamento o riduzioni di produttività legate allo stress sulle risorse naturali. I rischi di transizione, invece, derivano dal processo di adeguamento verso un’economia a basse emissioni e si traducono, sul piano operativo, in effetti connessi all’evoluzione della regolazione, all’obsolescenza tecnologica, alla necessità di investimenti in nuovi processi produttivi e a mutamenti nella domanda di mercato, con impatti potenzialmente rapidi e non lineari sulla redditività e sulla continuità delle attività aziendali.

    L’esperienza applicativa mostra come l’interazione tra fattori fisici e di transizione tende ad amplificare l’esposizione complessiva dell’impresa. Emerge, quindi, l’esigenza di integrare opportune valutazioni nei sistemi di enterprise risk management, superando l’approccio meramente orientato alla gestione delle problematiche correnti verso una visione strategica di medio-lungo periodo. Con logica preventiva, assumono particolare rilevanza strumenti operativi quali le analisi di scenario, le valutazioni di resilienza delle infrastrutture e la loro integrazione nei processi di pianificazione, budgeting e controllo.

    Questo insieme di variabili incide in modo significativo sui meccanismi di governance e sui processi decisionali aziendali. Gli organi amministrativi, infatti, sono chiamati a presidiare in modo attivo tali rischi, definendo responsabilità chiare, flussi informativi adeguati e meccanismi di controllo coerenti con la complessità del fenomeno. L’attenzione sempre più marcata di investitori, autorità e stakeholder verso la qualità dei processi decisionali aziendali in materia di sostenibilità rende evidente come l’omessa valutazione di tali profili possa riflettersi non solo in effetti economici negativi, ma anche in criticità di natura reputazionale e in potenziali profili di responsabilità.

    A tale quadro si accompagna l’integrazione progressiva di queste dimensioni di rischio nei modelli di valutazione adottati da intermediari creditizi e investitori istituzionali, in coerenza con l’evoluzione delle metodologie di credit risk assessment. L’esposizione dell’impresa, infatti, incide sui parametri di merito creditizio, sul costo del capitale e sulla determinazione delle condizioni di finanziamento, influenzando i processi di allocazione delle risorse. L’efficacia dei presidi organizzativi, la tracciabilità dei dati e la coerenza delle strategie adottate assumono rilievo centrale ai fini della verificabilità delle informazioni e della credibilità del processo decisionale.

    In definitiva, la gestione di questi profili non costituisce una variabile accessoria, ma un elemento destinato a incidere in modo strutturale sui modelli di business e sulle decisioni di investimento. Affrontarli in modo efficace implica l’adozione di un approccio integrato, capace di coniugare competenza tecnica, visione strategica e responsabilità di governance che genera e assicura valore nel tempo.

    (Autore: Fabio Sartori – Sistema Ratio)
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  • La prima scelta politica del 2026: decidere cosa significa sostenibilità per un territorio

    La prima scelta politica del 2026: decidere cosa significa sostenibilità per un territorio

    Immaginate una riunione. Intorno al tavolo siedono un sindaco, un imprenditore, un agricoltore e un’attivista. Tutti concordano: bisogna essere “sostenibili”. La riunione finisce, ognuno torna al proprio mondo. Nessuno ha capito cosa intendessero gli altri.

    Non è una provocazione: è quello che succede ogni giorno. Non esiste una definizione condivisa di sostenibilità. Non legalmente, non scientificamente, non nel linguaggio comune. Eppure la usiamo come se fosse ovvia, come se bastasse pronunciarla per trovarsi d’accordo. Così finisce sui packaging, nei bilanci aziendali, nei programmi elettorali, persino sulle etichette dei calzini. Una parola che significa tutto e quindi, nei fatti, non significa più niente.

    È il primo giorno dell’anno, o quasi. Il momento in cui si fanno i buoni propositi, si esprimono desideri, si immaginano possibilità. Ecco il mio: che qualcuno, da qualche parte, si prenda la briga di fermare per un attimo la corsa e chieda a voce alta “ma noi, qui, cosa intendiamo quando diciamo sostenibilità?”.

    Non parlo di grandi tavoli internazionali o di accordi tra nazioni. Quelli hanno il loro senso, ma restano lontani, astratti, facili da firmare e altrettanto facili da dimenticare. Parlo di qualcosa di più vicino: un territorio, una comunità, un luogo preciso con le sue peculiarità, i suoi problemi, le sue risorse. Parlo di far sedere intorno a un tavolo — stavolta per davvero — chi quel territorio lo abita, lo lavora, lo amministra, lo difende. E di non alzarsi finché non si è trovato un significato comune, concreto, misurabile. Qualcosa che permetta di guardarsi negli occhi e dire: questo sì, questo no, per queste ragioni. Da lì possono nascere obiettivi chiari, con tempi e responsabilità, non slogan da campagna elettorale. E poi raccontare cosa si è fatto, cosa ha funzionato e cosa no, perché la condivisione dei risultati non è un optional ma il cuore stesso di un processo democratico. Solo così la sostenibilità smette di essere una promessa vaga e diventa un impegno verificabile.

    Sembra poco, ma sarebbe moltissimo. Perché in una democrazia le scelte sono scelte politiche, e le scelte politiche hanno bisogno di parole che significhino la stessa cosa per tutti. Altrimenti si fa finta di decidere, si fa finta di partecipare, si fa finta di cambiare.

    A chi è stato eletto per rappresentarci, allora, un augurio che è anche un appello: prendetevi questa responsabilità. Non quella di salvare il pianeta — obiettivo nobile ma troppo grande per essere credibile — ma quella più modesta e più urgente di dare un senso condiviso alle parole che usiamo. È da lì che comincia tutto il resto.

    Buon 2026!

    (Autore: Paola Peresin)
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