Author: michael.travan

  • “Giavera Previene”, pienone per la prima serata della nuova stagione

    “Giavera Previene”, pienone per la prima serata della nuova stagione

    Ha preso il via a Villa Wassermann, a Giavera del Montello, la nuova stagione di Giavera Previene, il programma di incontri dedicato a salute, prevenzione e benessere promosso dal Comune.

    La rassegna, inaugurata con una serata dedicata a cellule staminali e donazione, è frutto del lavoro del consigliere comunale Daniel Toffoletto, che supporta l’Amministrazione comunale nelle politiche per la salute e la prevenzione, contribuendo alla progettazione e allo sviluppo del calendario degli incontri.

    La serata inaugurale, patrocinata da Ulss 2 Marca Trevigiana, Lilt, ADoCeS e Avis, ha visto una partecipazione attenta e qualificata, confermando l’interesse della comunità verso i temi della prevenzione e della cultura del dono.

    Ad aprire l’incontro è stato il sindaco di Giavera del Montello, Andrea Maccari, che ha sottolineato come “la prevenzione e le buone pratiche per la salute siano la base del benessere individuale e collettivo”. Il sindaco ha evidenziato che “intercettare le patologie in fase precoce permette cure più efficaci, riduce l’ospedalizzazione e limita l’impatto psicologico sui pazienti”, spiegando inoltre la scelta di avviare la nuova stagione di Giavera Previene dal tema della donazione: “Prendersi cura di sé stessi è il primo passo per poter aiutare gli altri”.

    L’intervento dell’assessore regionale al Sociale Paola Roma ha dato alla serata una forte prospettiva di sistema. L’assessore ha ribadito che “la donazione rappresenta il gesto più alto di responsabilità civica che un cittadino possa compiere nei confronti della propria comunità”, sottolineando come “ogni atto di dono si traduca concretamente in opportunità di vita per chi affronta percorsi di malattia complessi”.

    Roma ha inoltre evidenziato il valore strategico della sanità veneta: “Il Veneto è oggi un’eccellenza riconosciuta perché è riuscito a integrare qualità delle cure, ricerca scientifica e umanizzazione dell’assistenza. Strutture come lo IOV dimostrano che l’innovazione può andare di pari passo con l’attenzione alla persona”. L’assessore ha infine richiamato il ruolo fondamentale del volontariato e delle associazioni: “Senza la generosità dei donatori e l’impegno quotidiano dei volontari, questo sistema non sarebbe in grado di garantire gli stessi risultati”.

    In rappresentanza dell’Ulss 2 Marca Trevigiana è intervenuto il dottor Alberto Gamba, direttore del Distretto di Asolo, che ha sottolineato l’importanza di iniziative come Giavera Previene per la divulgazione della prevenzione, ricordando come sia “fondamentale affiancare all’informazione sanitaria un’azione costante sulle buone pratiche quotidiane e sugli stili di vita sani”.

    Ampio spazio è stato dedicato al tema della donazione grazie agli interventi del presidente di Avis provinciale Treviso, Paolo Zanatta, e di Edy Girardi, presidente di AVIS Giavera del Montello, che hanno invitato i cittadini a diventare promotori attivi della cultura del dono, sottolineando il ruolo centrale delle associazioni nel mantenere vivo il legame tra solidarietà e territorio.

    Il cuore scientifico della serata è stato l’intervento del dottor Michele Gottardi, primario del reparto di Emato-oncologia dello Iov, che ha illustrato in modo chiaro le tecnologie del trapianto di midollo osseo, il lavoro di ricerca svolto dallo Iov di Castelfranco Veneto e le collaborazioni internazionali con istituti di ricerca di massimo livello, confermando il ruolo dell’Istituto nella Rete Oncologica Veneta.

    Sono intervenuti anche Alice Vendramin Bandiera, Presidente di ADoCeS, che ha richiamato l’importanza della rete territoriale nella promozione della donazione, e Alberto Torresan, che ha portato una toccante testimonianza personale del percorso di cura. Durante la serata è intervenuto inoltre il presidente di Ail Treviso, Sergio Leonardi, ribadendo il valore del sostegno ai pazienti ematologici e alle loro famiglie.

    La serata ha così segnato l’avvio ufficiale della nuova stagione di “Giavera Previene”, confermandosi come un progetto di comunità che nasce dal lavoro condiviso tra Amministrazione comunale, Regione, sistema sanitario e volontariato, con l’obiettivo di promuovere prevenzione, consapevolezza e responsabilità collettiva.

    “La donazione è il più grande dono che un cittadino può fare alla comunità”

    L’assessore al Sociale della Regione Veneto, Paola Roma, interviene a margine dell’incontro dedicato alle potenzialità delle cellule staminali per i pazienti affetti da leucemia, svoltosi allo Iov castellano.

    Eccellenza veneta e proiezione internazionale

    Durante la serata, il Dottor Michele Gottardo, Primario del reparto di Emato-oncologia dello Iov, ha presentato i dati relativi all’intensa attività di trapianto di midollo osseo della struttura, sottolineando come il reparto sia un punto di riferimento fondamentale all’interno della Rete Oncologica Veneta.

    Il Primario ha inoltre illustrato le nuove frontiere della ricerca che il suo team sta portando avanti in stretta sinergia con i più prestigiosi centri di ricerca internazionali. “Vedere come la nostra sanità regionale dialoghi con il mondo per trovare cure sempre più efficaci ci rende orgogliosi,” ha dichiarato l’assessore Roma. “Le ricerche del gruppo del Dottor Gottardo dimostrano che il Veneto non è solo un luogo di cura, ma un motore di innovazione scientifica globale”.

    Il ruolo del volontariato e la cultura del dono

    L’assessore Roma ha posto l’accento sul contributo insostituibile del Terzo Settore: “La ricerca e la clinica sono pilastri fondamentali, ma senza la generosità dei donatori e l’impegno dei volontari il sistema non potrebbe salvare così tante vite. È essenziale continuare a sensibilizzare i cittadini, in particolare i giovani, che erano presenti alla serata sulla donazione di cellule staminali e del cordone ombelicale. Ogni nuova iscrizione al registro dei donatori è una possibilità di vita in più che offriamo a chi soffre”.

    La vita che ricomincia: la storia di un campione

    Particolarmente toccante è stata la testimonianza di un ex calciatore professionista, tornato a nuova vita dopo un trapianto di midollo. La sua rinascita è stata resa possibile grazie al gesto altruistico di una donna di 54 anni. L’ex atleta ha voluto rendere omaggio non solo alla competenza tecnica dei professionisti dello Iov, ma alla loro straordinaria umanità: “In reparto ho trovato medici e infermieri che sono diventati amici, persone che mi hanno teso la mano nel momento più buio.” Un legame profondo che l’Assessore Roma ha definito “il volto più bello della sanità veneta: quella che cura il corpo ma si prende cura della persona”.

    L’impegno della Regione Veneto

    “La Regione Veneto continuerà a investire in queste eccellenze e a sostenere le reti di volontariato,” conclude l’Assessore Roma. “Storie come quella ascoltata stasera ci confermano che la strada intrapresa è quella corretta: innovazione scientifica, solidarietà diffusa e una profonda umanizzazione delle cure. Ringrazio il sindaco Andrea Maccari e l’amministrazione comunale unitamente alle associazioni Avis, Lilt e Adoces per l’organizzazione della serata di prevenzione e opportunità per promuovere la “cultura del dono” attraverso i volontari che testimoniano quotidianamente con il loro impegno all’interno delle comunità”.

    (Autore: Alessandro Lanza)
    (Foto: Comune di Giavera del Montello)
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  • Addio ad Angelo Gugel, l’assistente di tre Papi. Sorresse Wojtyla dopo l’attentato

    Addio ad Angelo Gugel, l’assistente di tre Papi. Sorresse Wojtyla dopo l’attentato

    Cordoglio dall’Alta Marca alla Città del Vaticano per la scomparsa di Angelo Gugel, il “maggiordomo” a servizio di tre Papi – Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – originario di Miane, venuto a mancare la scorsa notte all’età di 90 anni.

    Classe 1935, Gugel era sposato con Maria Luisa Dall’Arche, con cui aveva avuto quattro figli, Raffaella, Flaviana, Guido e Carla Luciana Maria.

    Gugel era stato arruolato giovanissimo come gendarme in Vaticano e poi era stato chiamato come suo collaboratore dal conterraneo Giovanni Paolo I, Beato Albino Luciani, già vescovo di Vittorio Veneto, pontefice per soli trentatré giorni nel 1978.

    La sua funzione di “aiutante di camera” proseguì anche nel lungo magistero di Giovanni Paolo II e si concluse con Benedetto XIV: egli svolgeva le mansioni di assistente privato del Papa e lo aiutava quotidianamente nelle necessità personali, rappresentando la persona più a contatto con il Santo Padre, con il quale condivideva la parte privata del pontificato.

    Gugel, nel suo incarico, stava insieme al Papa nelle sue uscite in Piazza San Pietro e durante le udienze generali, oltre che nei viaggi e nei periodi di riposo. Si ricordava ogni dettaglio anche del 13 maggio 1981, giorno dell’attentato a Giovanni Paolo II: le foto lo ritraggono nei momenti immediatamente successivi allo sparo, mentre sorreggeva Wojtyla sulla papamobile, prima di accompagnarlo ai Servizi di sanità del Vaticano e quindi al Policlinico Gemelli di Roma.

    Uomo fedele, garbato e riservato, Gugel aveva ricevuto il Premio Giuseppe Toniolo nel 2018, in quell’anno – centenario della morte del beato trevigiano (1845-1918) – dedicato al tema della “Pace e cooperazione internazionale: il grande sogno di Giuseppe Toniolo, l’impegno quotidiano di uomini e donne di buona volontà”, nella sezione speciale “Etica ed economia”.

    Il riconoscimento venne consegnato dall’Istituto Beato Toniolo Le vie dei Santi – con il direttore scientifico Marco Zabotti e l’allora presidente Diego Grando – e dalla Camera di Commercio Treviso Belluno, con il segretario generale Romano Tiozzo.

    La cerimonia si svolse al Teatro Careni di Pieve di Soligo, alla presenza del cardinale Gualtiero Bassetti, allora presidente della Cei, del cardinale Beniamino Stella e dell’allora vescovo di Vittorio Veneto, Corrado Pizziolo, e delle autorità civili, a partire dal sindaco Stefano Soldan.

    Nelle prossime ore saranno resi noti data e luogo delle esequie.

    (Autore: Redazione di Qdpnews.it)
    (Foto: archivio Qdpnews.it)
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  • Olimpiadi, ecco il piano per la mobilità

    Olimpiadi, ecco il piano per la mobilità

    Si è svolta oggi venerdì, nella Sala Piloni della Provincia di Belluno, la conferenza stampa di presentazione del progetto speciale di trasporto olimpico, il piano dedicato alla gestione della mobilità olimpica in vista dei Giochi invernali che inizieranno fra tre settimane.

    Il progetto è stato coordinato dal consigliere provinciale delegato alla Mobilità e ai Trasporti Massimo Bortoluzzi ed è il risultato di un lungo percorso tecnico e istituzionale avviato nel 2024, dopo che alla Provincia era stato formalmente affidato l’onere organizzativo. Un lavoro sviluppato in circa un anno, con oltre 80–90 incontri fra tavoli in Prefettura e riunioni in Provincia, che hanno coinvolto Regione Veneto, Trenitalia, Dolomitibus e tutti gli enti competenti per il trasporto pubblico extraurbano.

    Nel corso dell’incontro è stato ribadito che il trasporto pubblico locale ordinario continuerà a essere garantito per studenti, lavoratori e residenti. Il sistema olimpico si affiancherà infatti al servizio esistente come servizio extraurbano speciale, senza sostituirlo, con l’obiettivo di regolare i flussi legati agli eventi sportivi e ridurre l’uso dell’auto privata.

    “Il risultato raggiunto è quello massimo possibile rispetto alle risorse e ai flussi stimati – ha spiegato Bortoluzzi –. Gli uffici hanno lavorato intensamente nell’ultimo anno e quello che potevamo fare è stato fatto. Abbiamo messo in campo un milione di chilometri di servizio e risorse che sfiorano i 9 milioni di euro“.

    Il cuore del sistema di trasporto spettatori Olimpiadi sarà l’interscambio ferro-gomma di Ponte nelle Alpi, dove arriveranno i treni e da cui partiranno le navette dedicate verso Cortina d’Ampezzo. Da Ponte nelle Alpi potranno salire esclusivamente gli spettatori muniti di biglietto olimpico e di titolo di viaggio ferroviario, mentre il sistema dei parcheggi scambiatori consentirà l’accesso al trasporto pubblico anche a chi arriverà in auto. I principali punti di attestamento saranno a LongaroneSan Vito di Cadore, Son dei Prade (versante Giau), Dobbiaco e Acquabona. Da questi parcheggi sarà possibile proseguire in autobus verso Cortina, con arrivo nell’area Revis–Socrepes.

    Elemento centrale del piano è anche il potenziamento della Linea 30 (Dolomitibus) Calalzo – Cortina, che garantirà collegamenti frequenti lungo tutta la valle, con corse ogni 20–30 minuti e servizio attivo dalle 6 del mattino a mezzanotte. I tempi di percorrenza stimati sono di circa 90–101 minuti da Longarone, circa 100 minuti da Ponte nelle Alpi e fino a 30 minuti da San Vito di Cadore, tenendo conto delle possibili congestioni nei periodi di maggiore afflusso.

    Particolare attenzione è stata riservata a lavoratori e studenti. Il piano prevede 500 abbonamenti gratuiti per i lavoratori, per incentivare l’utilizzo del mezzo pubblico, oltre alla possibilità di acquistare un abbonamento olimpico valido dal 23 gennaio al 17 marzo al costo di 150 euro, oppure un biglietto giornaliero da 10 euro. Gli studenti e i lavoratori già abbonati al TPL ordinario potranno continuare a utilizzare il proprio titolo di viaggio.

    Nel complesso, il progetto prevede circa un milione di chilometri di percorrenze e un investimento economico di quasi 9 milioni di eurointeramente finanziati dal Ministero, senza ricadute sui bilanci della Provincia o dei Comuni.

    Secondo le stime fornite dalla Fondazione organizzatrice, il sistema dovrà servire circa 170 mila persone nel periodo olimpico. Su questi numeri sono stati costruiti i flussi del trasporto spettatori, con l’obiettivo di garantire sicurezza, sostenibilità e una gestione ordinata della mobilità sull’intero territorio provinciale.

    (Autrice: Mihaela Condurache)
    (Foto e video: Mihaela Condurache)
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  • Chiude per due giorni la strada del Passo San Boldo

    Chiude per due giorni la strada del Passo San Boldo

    La strada del Passo San Boldo (nel territorio comunale di Cison di Valmarino) sarà chiusa i prossimi giovedì 22 e venerdì 23 gennaio, dalle 8 alle 17, per lavori di manutenzione alle gallerie.

    Si tratta di una strada provinciale (SP 635) per la quale è prevista la chiusura dal chilometro 16+400 (all’altezza del semaforo del Passo San Boldo) al chilometro 17+100 (in corrispondenza del semaforo alla prima galleria, arrivando dalla frazione di Tovena).

    Come ha fatto sapere la Provincia di Treviso in un avviso, i lavori riguardano il ripristino delle coperture delle volte delle gallerie dello stesso Passo San Boldo, così da eliminare le infiltrazioni d’acqua e le conseguenti colate di ghiaccio sulla sede stradale.

    La chiusura della strada si è così rivelata necessaria per evitare il rischio di caduta di materiali durante i lavori di ripristino e, di conseguenza, per limitare i disagi alla circolazione (sia veicolare che pedonale).

    Tale chiusura verrà segnalata da appositi tabelloni e sbarramenti.

    (Autore: Arianna Ceschin)
    (Foto: archivio Qdpnews.it)
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  • FitUP pronta alla Grande Inaugurazione a Paese: attese oltre 2.500 persone

    FitUP pronta alla Grande Inaugurazione a Paese: attese oltre 2.500 persone

    FitUP si prepara a vivere un appuntamento attesissimo: questo sabato 17 gennaio alle ore 17:00 è in programma la cerimonia di inaugurazione della nuova palestra FitUP a Paese, un evento per il quale si prevedono oltre 2.500 persone tra curiosi e appassionati del fitness.

    L’apertura rappresenta un nuovo passo nella crescita del marchio, sempre più presente sul territorio e riconoscibile per un format ormai iconico, che unisce ambienti ampi, servizi completi e apertura 24 ore su 24, pensata per garantire la massima flessibilità agli iscritti.

    La nuova struttura metterà a disposizione circa 2.000 metri quadrati di superficie calpestabile, progettati per offrire un’esperienza di allenamento completa, forte dell’esperienza maturata nelle altre strutture già aperte. Il cuore del club sarà la sala pesi, dotata di attrezzi nuovi di ultima generazione, ideali sia per chi si allena per la prima volta sia per gli sportivi più esperti. Ampio spazio anche ai corsi di gruppo, con oltre 15 corsi differenti, per rispondere alle esigenze di un pubblico sempre più vario e orientato a un allenamento dinamico e coinvolgente.

    L’apertura di Paese ha inoltre avuto un impatto positivo anche sul piano occupazionale: ha generato 10 posti di lavoro per ragazzi del territorio, con un indotto stimato complessivamente in 24 lavoratori, considerando anche le figure coinvolte nei servizi collegati alla struttura.

    «Stiamo lavorando a pieno ritmo per terminare gli ultimi ritocchi» – ha commentato al telefono il Manager della società Matteo Mosconi – «Tutto lo Staff è impaziente di presentare il risultato di questi mesi di duro lavoro. Siamo veramente orgogliosi di portare anche a Paese un format esclusivo ad un prezzo estremamente inclusivo».

    La cerimonia di inaugurazione sarà strutturata come un vero e proprio momento di festa: è previsto il classico taglio del nastro alla presenza delle Istituzioni locali, seguito da un laser show e dalla condivisione di una maxi torta celebrativa, pensata per brindare insieme all’avvio di questa nuova apertura.

    Con Paese, FitUP consolida ulteriormente la propria presenza in Veneto, confermando la volontà di investire in strutture moderne e in un’offerta fitness capace di unire qualità, innovazione e coinvolgimento della comunità.

    (Autore: Dplay)
    (Foto: FitUP)
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  • “Mezzogiorno di fuoco”: cassonetto in fiamme in piazzale Marconi

    “Mezzogiorno di fuoco”: cassonetto in fiamme in piazzale Marconi

    Personale del Comando dei Vigili del Fuoco di Belluno è intervenuto oggi, venerdì, intorno alle 12 per l’incendio di un cassonetto adibito alla raccolta della carta in Piazzale Marconi.

    L’intervento tempestivo ha permesso di contenere le fiamme ed evitare il coinvolgimento dei cassonetti nelle immediate vicinanze.

    Sul posto sono intervenuti anche una pattuglia della Polizia di Stato e il personale della ditta proprietaria dei contenitori per le verifiche di competenza. Le operazioni di spegnimento e messa in sicurezza dell’area si sono concluse intorno alle ore 12.40.

    (Autore: Alessandro Lanza)
    (Foto: Vigili del fuoco)
    (Articolo di proprietà di Dplay Srl)
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  • Sp 248: al via secondo e terzo stralcio della riqualificazione

    Sp 248: al via secondo e terzo stralcio della riqualificazione

    Con l’inizio del nuovo anno entra nel vivo uno dei cantieri più attesi per la viabilità del centro cittadino. Sono ufficialmente partiti questa settimana i lavori del secondo e terzo stralcio della riqualificazione viabilistica lungo la Strada Provinciale 248, un intervento strategico che punta a migliorare sicurezza, fluidità del traffico e qualità urbana.

    Dopo la realizzazione della prima rotatoria all’intersezione tra via Roma e via Marini, in direzione Ca’ Rainati, il nuovo intervento segna un ulteriore passo avanti nel complesso progetto di riassetto del principale asse viario che attraversa San Zenone.

    Commenta l’assessore ai Lavori Pubblici, Filippo Tombolato: “Il cuore dei lavori riguarda la realizzazione della seconda rotatoria all’incrocio tra via Roma e via Noè Bordignon, in direzione Sopracastello. Una volta completata la rotatoria, il cantiere proseguirà con lo spostamento verso nord della SP 248 e con la riqualificazione del tratto stradale fino all’altezza della chiesa parrocchiale, ridisegnando in modo più ordinato e sicuro uno dei punti più delicati del centro abitato.

    In questa fase iniziale i lavori prevedono la rimozione delle aiuole e dei marciapiedi sul lato parcheggio di piazza Rovero, necessaria per consentire la realizzazione della nuova rotatoria. Per questo motivo la piazza sarà temporaneamente chiusa, con inevitabili disagi alla circolazione”.

    L’intervento ha un costo complessivo di 2 milioni e 210 mila euro, coperto per euro 660 mila euro da contributo regionale ottenuto dal Comune attraverso un bando aggiudicato nei mesi scorsi.

    Un’opera attesa da anni

    Quello avviato in questi giorni non è solo un intervento tecnico, ma rappresenta un ulteriore tassello dell’opera complessiva di riassetto viabilistico del centro di San Zenone, prevista da tempo all’interno di un accordo di programma risalente al 2012 e – sottolinea l’amministrazione comunale – “mai rispettato dalla Regione. Una situazione che, negli anni, ha costretto il Comune a ricorrere alle vie legali, ottenendo più sentenze favorevoli e arrivando, nell’ultimo pronunciamento, anche a una condanna al risarcimento da parte della Regione“.

    “Dopo anni di mancata collaborazione tra enti pubblici – commenta il sindaco Fabio Marin – auspico che con il cambio dell’amministrazione regionale si possa finalmente instaurare un rapporto cordiale, onesto e realmente collaborativo. Sono fiducioso visti i segnali di sostegno e vicinanza avviati dal nuovo presidente della Regione, Alberto Stefani, ai Comuni. L’obiettivo deve essere quello di ristabilire serenità nei rapporti istituzionali e trovare soluzioni concrete nell’interesse dei cittadini sanzenonesi”.

    (Autore: Redazione di Qdpnews.it)
    (Foto: Comune di San Zenone degli Ezzelini)
    (Articolo di proprietà di Dplay Srl)
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  • Caccia sostenibile: se non la misuri, non esiste

    Caccia sostenibile: se non la misuri, non esiste

    Ancora una volta mi sono trovata nel mezzo della solita diatriba manichea: caccia sì, caccia no. Un dibattito in cui tradizioni, storia, scienza e valori si mescolano fino a confondersi, e in cui troppo spesso si fa cherry picking delle fonti scientifiche, citando solo ciò che conviene.

    Proviamo a fare ordine.

    La caccia (prelievo venatorio) è prima di tutto un’attività ricreativa: si pratica per passione, tradizione, svago. Tutti obiettivi che riguardano noi, la nostra specie. Quando allarghiamo l’orizzonte degli obiettivi, da noi stessi al resto del mondo, nulla impedisce a un’attività ricreativa di diventare uno strumento utile alla conservazione, ma il passaggio dall’una all’altra è tutt’altro che automatico.

    Richiede innanzitutto che i piani di abbattimento siano costruiti su parametri biologici solidi – censimenti, dinamiche di popolazione, soglie di prelievo sostenibile – e che questi parametri vengano rispettati. La caccia ricreativa quindi può diventare uno strumento di conservazione. Questa affermazione, che a molti suonerà controintuitiva se non provocatoria, trova in realtà un certo sostegno nella letteratura scientifica. E quando parliamo di sostenibilità, come sempre in questa rubrica, non ci riferiamo a un principio etico o a un ideale astratto, ma a qualcosa che si misura: tassi di prelievo, dinamiche di popolazione, dati verificabili. Obiettivi faunistici chiari e risultati che vi convergano. La domanda non è se la caccia sia giusta o sbagliata, ma se i numeri tornino. Il problema, semmai, è un altro: che le condizioni necessarie affinché il prelievo venatorio produca effettivamente benefici per la fauna selvatica esistano più sulla carta che nella realtà.

    Partiamo da ciò che la scienza riconosce come plausibile. Un articolo pubblicato nel 2025 sull’European Journal of Wildlife Research lo afferma con chiarezza: la caccia ricreativa, quando guidata da principi scientifici e dati affidabili, può costituire una pratica sostenibile e contribuire positivamente alla gestione della fauna (che non è il prelievo venatorio!) e alla conservazione degli ecosistemi. Non si tratta di una posizione isolata. Uno studio apparso su Ecology Letters nel 2022 ha dimostrato come un prelievo moderato possa persino stabilizzare le dinamiche di popolazione, proteggendo alcune specie dagli effetti degli eventi climatici estremi. Il meccanismo è elegante nella sua semplicità: riducendo la densità degli individui, si attenua la competizione per le risorse alimentari, e gli animali che sopravvivono alla stagione venatoria affrontano l’inverno in condizioni migliori.

    A questo si aggiunge l’argomento economico, particolarmente rilevante in contesti dove la fauna selvatica non ha altro valore di mercato. In Africa subsahariana, la caccia al trofeo genera entrate che, almeno in teoria, dovrebbero finanziare la conservazione e incentivare la tutela degli habitat. Il caso del rinoceronte bianco sudafricano viene citato come esempio paradigmatico: quando la caccia fu legalizzata nel 1968, la popolazione contava circa mille individui; l’incentivo economico spinse i proprietari terrieri a reintrodurre e allevare la specie, che oggi supera i diciottomila esemplari. Un successo innegabile, almeno nei numeri.

    Il quadro, tuttavia, si complica non appena si passa dai principi teorici alla loro applicazione. Una revisione sistematica pubblicata su One Earth nel 2021, che ha analizzato oltre mille articoli scientifici sulla caccia ricreativa prodotti in quasi settant’anni di ricerca, giunge a una conclusione scomoda: mancano ancora evidenze sufficienti per rispondere alle domande più pressanti, ovvero dove e come la caccia contribuisca effettivamente a sforzi di conservazione reali e sostenibili. In altre parole, sappiamo molto sull’ecologia delle specie cacciate, ma sappiamo poco su cosa succede quando i modelli gestionali incontrano la realtà delle istituzioni, delle comunità locali, degli interessi economici.

    Il punto è che la sostenibilità della caccia non è una proprietà intrinseca dell’attività venatoria, ma il risultato di un sistema regolatorio che funziona. Alcuni ricercatori lo hanno sottolineato con forza: sono stati i sistemi di regolamentazione, non la caccia in sé, a salvare molte popolazioni dall’estinzione tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. La distinzione può sembrare sottile, ma ha implicazioni profonde. Attribuire il merito alla caccia anziché alle regole che la governano significa confondere la causa con l’effetto e, potenzialmente, legittimare pratiche che di sostenibile hanno solo il nome.

    E qui emergono le criticità. Perché la caccia sia sostenibile servono censimenti rigorosi delle popolazioni, quote di prelievo calibrate sui dati demografici, controlli efficaci sul rispetto delle norme, trasparenza nella gestione dei fondi. Servono, in sostanza, istituzioni che funzionano. Ma quanto spesso queste condizioni si verificano? Uno studio condotto in Zimbabwe ha rilevato che le quote di abbattimento non sempre si basano su dati scientifici solidi, ma su opinioni soggettive e processi decisionali opachi. In alcune aree, l’uso di quote fisse incentiva il prelievo di individui giovani o in età riproduttiva, compromettendo la vitalità delle popolazioni nel lungo periodo. La corruzione fa il resto: in diversi paesi africani, le entrate della caccia al trofeo non raggiungono mai gli obiettivi di conservazione dichiarati.

    Il contesto italiano offre un esempio diverso ma non meno istruttivo. Le popolazioni di ungulati sono in costante crescita da decenni, con il cinghiale che ha superato i due milioni di individui generando danni enormi all’agricoltura e rischi per la sicurezza stradale. La caccia di selezione è riconosciuta come strumento di gestione, e l’ISPRA fornisce linee guida scientifiche per la definizione dei piani di prelievo. Eppure, esperti del settore hanno denunciato come queste linee guida vengano sistematicamente disattese da alcune Regioni, che autorizzano prelievi superiori a quanto ritenuto sostenibile dall’Istituto. La biologia della conservazione insegna che l’ampliamento del prelievo venatorio, in assenza di dati solidi sulle popolazioni, non è uno strumento di gestione faunistica efficace e può produrre impatti ambientali difficili da invertire. Sto scrivendo di principi ecologici elementari, non di fisica teorica.

    C’è poi la questione degli effetti a cascata sull’ecosistema. Uno studio pubblicato su Communications Biology nel 2019 ha confrontato aree soggette a caccia intensiva con aree caratterizzate da degrado dell’habitat nel Sud-est asiatico, riscontrando tassi di estinzione funzionale più elevati nelle aree cacciate. La rimozione eccessiva di animali frugivori compromette la dispersione dei semi, aumentando il rischio di estinzione locale di specie arboree che dipendono da quei dispersori. L’ecosistema, insomma, è un sistema interconnesso, e gli effetti di un prelievo mal calibrato si propagano ben oltre le specie direttamente cacciate.

    Tutto questo non significa che la caccia non possa mai essere sostenibile. Significa, piuttosto, che le condizioni necessarie affinché lo sia sono stringenti e raramente soddisfatte nella loro interezza. Il modello nordamericano, spesso citato come esempio di successo, ha prodotto risultati impressionanti per alcune specie di interesse venatorio, ma il novanta per cento dei fondi generati sostiene solo il dieci per cento delle specie, prevalentemente ungulati e grandi carnivori. È un successo parziale, che lascia scoperta la gran parte della biodiversità.

    Gli stessi sostenitori della caccia come strumento di conservazione riconoscono che il suo futuro dipende dalla capacità di diventare pienamente sostenibile, socialmente accettata e basata sulla gestione adattativa. Ma questa è, appunto, una condizione futura, un obiettivo da raggiungere, non una realtà già esistente. E la distanza tra il principio e la pratica, tra il modello teorico e la sua implementazione, rimane il nodo irrisolto di tutto il dibattito.

    La scienza, in definitiva, ci dice che la caccia ricreativa potrebbe essere compatibile con la conservazione, e in alcuni casi specifici probabilmente lo è. Ma ci dice anche che i metodi comunemente usati per valutare la sostenibilità del prelievo venatorio hanno prestazioni scarse e rimangono in uso nonostante i loro limiti. Ci dice che le evidenze a supporto di un beneficio netto della caccia per le specie cacciate sono deboli. Ci dice che dove mancano istituzioni solide, dati affidabili e controlli efficaci, il prelievo venatorio rischia di trasformarsi nel suo opposto, una minaccia anziché una risorsa per la fauna selvatica.

    Forse la domanda da porsi non è se la caccia possa essere sostenibile in astratto, ma se lo sia concretamente, qui e ora, nei contesti specifici in cui viene praticata. E su questo, la risposta della scienza è molto più cauta di quanto il dibattito pubblico lasci intendere.

    Se volete approfondire

    Carranza J. et al. (2025). The challenge of science in the face of polarization around recreational hunting. European Journal of Wildlife Research. https://link.springer.com/article/10.1007/s10344-025-01983-8

    Peeters B. et al. (2022). Harvesting can stabilize population fluctuations and buffer the impacts of extreme climatic events. Ecology Letters, 25(4), 814-826. https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/ele.13963

    Booth H. et al. (2021). Consequences of recreational hunting for biodiversity conservation and livelihoods. One Earth, 4(2), 238-253. https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2590332221000609

    Treves A. et al. (2019). Differentiating between regulation and hunting as conservation interventions. Conservation Biology, 33(2), 472-475. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7379586/

    Matipano G. et al. (2016). Trophy Hunting and Sustainability: Temporal Dynamics in Trophy Quality and Harvesting Patterns in a Tropical Semi-Arid Savanna Ecosystem. PLOS ONE. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC5063477/

    Tilker A. et al. (2019). Habitat degradation and indiscriminate hunting differentially impact faunal communities in the Southeast Asian tropical biodiversity hotspot. Communications Biology, 2, 396. https://www.nature.com/articles/s42003-019-0640-y

    Weinbaum K.Z. et al. (2013). Searching for sustainability: are assessments of wildlife harvests behind the times? Ecology Letters, 16(1), 99-111. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3521087/

    Lindsey P.A. et al. (2007). Economic and conservation significance of the trophy hunting industry in sub-Saharan Africa. Biological Conservation, 134(4), 455-469. https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0006320706003831

    (Autore: Paola Peresin)
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  • Dalla Marca all’Amazzonia: Savno, Ats e Piave Servizi per raccontare insieme la sostenibilità

    Dalla Marca all’Amazzonia: Savno, Ats e Piave Servizi per raccontare insieme la sostenibilità

    Un viaggio alla scoperta delle molteplici forme con cui l’essere umano può coesistere con le altre specie, che invita a riflettere sulla tutela di un ecosistema complesso e vitale per l’equilibrio del pianeta. A compierlo saranno la naturalista Valeria Barbi, giornalista ambientale e scrittrice esperta di biodiversità, e Davide Agati, fotografo e documentarista, con il sostegno di alcune utility del territorio impegnate nella tutela delle risorse naturali: Savno, Alto Trevigiano Servizi e Piave Servizi.

    Dopo aver trascorso due anni a documentare gli impatti delle attività umane sulla biodiversità e documentare storie di coesistenza possibile tra esseri umani e altre specie con il progetto multimediale WANE – We Are Nature Expedition, la coppia, che collabora con la trasmissione della Rai GEO (Barbi ha una rubrica dedicata alla biodiversità e i servizi di Agati in collegamento dalla Panamericana sono andati in onda per più di due anni), torna sul campo con un nuovo reportage dedicato al rapporto tra comunità native e corsi d’acqua nella regione amazzonica brasiliana.

    La spedizione partirà martedì 20 gennaio verso lo Stato del Roraima. Barbi e Agati navigheranno lungo il Rio delle Amazzoni, il Rio Negro e diversi affluenti, esplorando un bacino idrico che ospita circa il 20% dell’acqua dolce superficiale del Terra e oltre 3 mila specie di pesci. L’obiettivo è riportare l’attenzione su una regione che, nonostante la recente conclusione della COP 30, è spesso dimenticata dai radar mediatici.

    “Vivremo in un villaggio, con una comunità locale, per studiare il suo rapporto con i fiumi laddove questi sono molto più che corsi d’acqua – racconta Barbi –. Sono infrastrutture vitali che collegano comunità isolate, permettono il trasporto di persone e beni, sostengono la pesca e la vita quotidiana di migliaia di persone. Sono ecosistemi complessi e viventi, parte di una regione, quella amazzonica, che ospita circa il 10% della biodiversità a livello globale e oggi sono minacciati dalla crisi climatica di origine antropica, da estrattivismo e da inquinamento, oltre che dalla perdita di habitat”.

    Il valore scientifico di questo viaggio risiede nella natura multidisciplinare della ricerca, in un momento critico per la sopravvivenza degli ecosistemi tropicali, a maggior ragione se si pensa che la comunità accademica ritiene che l’Amazzonia potrebbe collassare nei prossimi dieci anni. Il livello dei fiumi nel 2023 ha raggiunto il minimo storico impedendone la navigabilità, compreso quello del più grande del mondo, il Rio delle Amazzoni. Senza contare che oltre alla crisi economica ed umanitaria, la grave siccità è stata anche responsabile di una massiccia moria di pesci e delfini rosa.

    Attraverso immagini d’impatto, testimonianze locali e dati scientifici, il reportage inviterà a riflettere sul valore nascosto dell’acqua, sul suo ruolo come via di comunicazione e sull’urgenza di proteggere i fiumi come arterie vitali del nostro pianeta. La spedizione scientifica sarà occasione per documentare come ciò che accade in luoghi remoti ha conseguenze dirette e globali, spesso inaspettate, e dipende anche da scelte quotidiane di consumo che compiamo a migliaia di chilometri di distanza.

    “Valori come la tutela dell’ambiente e la gestione responsabile delle risorse sono al centro della nostra identità e del nostro operato quotidiano. Con il sostegno a questa iniziativa, vogliamo promuovere una cultura della sostenibilità diversa, per aumentare la consapevolezza che la salute dei nostri luoghi è strettamente connessa al benessere dell’ecosistema dell’intero Pianeta. L’Amazzonia è lontana solo geograficamente: la stabilità dei suoi cicli stagionali, o qualsiasi crisi climatica avvenga i quei luoghi all’apparenza remoti, si riflette inevitabilmente anche sulla sicurezza delle risorse idriche e sulla sostenibilità del nostro territorio” fanno sapere i presidenti di Savno, Stefano Faè; di Piave Servizi, Alessandro Bonet; e di Ats, Fabio Vettori.

    L’obiettivo a lungo termine è portare il progetto anche nelle scuole del territorio per parlare in particolare di conservazione della biodiversità. “Attraverso questa collaborazione, le nuove generazioni e i cittadini del nostro territorio potranno comprendere meglio come le sfide globali del clima e della biodiversità ci riguardino tutti da molto vicino”, continuano i vertici delle tre aziende, che chiudono: “Un grosso in bocca al lupo a Valeria e Davide per questa avventura: non vediamo l’ora di riaccoglierli per condividere i risultati e le preziose testimonianze raccolte”.

    VALERIA BARBI

    Valeria Barbi è una giornalista ambientale e scrittrice esperta di biodiversità, naturalista e politologa di formazione. Ha viaggiato in 5 continenti e 44 Paesi per osservare il comportamento delle altre specie e indagare il rapporto tra l’essere umano e la natura. Autrice di “Che cos’è la biodiversità, oggi”, pubblicato nel 2022 da Edizioni Ambiente, co-autrice di “La comunicazione ambientale”, edito da Franco Angeli e “Dall’Alaska alla Patagonia. Viaggio attraverso gli ecosistemi più straordinari del mondo” pubblicato ad ottobre 2025 da Laterza editori. È co-autrice, insieme a Davide Agati, di WANE – We Are Nature Expedition, un reportage multimediale finalizzato a documentare gli impatti delle attività umane sulla biodiversità ed a mappare storie di coesistenza possibile tra esseri umani e altre specie. Per GEO (Rai3) cura una rubrica sull’importanza della biodiversità e sulla biomimesi. I suoi articoli sono stati pubblicati su svariati quotidiani e magazine tra cui Lifegate, Pianeta 2030 del Corriere della Sera, La Rivista della Natura, Materia Rinnovabile, e i suoi servizi sono andati in onda su Rai 3. Per GEO, cura una rubrica su biodiversità e biomimesi. È curatrice di The Wild Line, la mostra fotografica di Davide Agati che racconta la spedizione lungo la Panamericana realizzata nell’ambito del progetto WANE. È responsabile della comunicazione di Salviamo L’Orso e fa parte della Commissione per la Comunicazione e l’Educazione dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura. È stata nominata Colibrì d’onore di Save The Planet per il suo impegno nei confronti della natura, ed è ambasciatrice del Patto Europeo per il Clima.

    DAVIDE AGATI

    Davide Agati è fotografo e documentarista. Con i suoi scatti cerca di dare voce a situazioni, e specie animali e vegetali, vittime delle azioni umane. Dopo aver esplorato 40 Paesi, ad oggi i suoi lavori si concentrano soprattutto sui continenti Nord e Sud Americano, e sull’Africa meridionale. Le sue foto sono state pubblicate su quotidiani, magazine cartacei e testate online come Green&Blue di la Repubblica, Pianeta 2030 del Corriere della Sera, Lifegate, La Rivista della Natura, Materia Rinnovabile, Donna Moderna, Natural Style. Il suo scatto che immortala uno degli ultimi esemplari di tartaruga gigante delle Galapagos è stato scelto come immagine di copertina de La Rivista della Natura, che ha ospitato il reportage dalle Isole Galapagos nell’ambito del progetto WANE. I suoi servizi sono andati in onda in diverse puntate di GEO – Rai3, dove si è recato anche come ospite. Informatico di formazione. Velista per passione. Viaggiatore zaino in spalla sempre alla ricerca di nuove storie da documentare che parlino di coesistenza tra esseri umani e natura. Ha fatto della curiosità la sua principale caratteristica.

    (Autore: Redazione di Qdpnews.it)
    (Foto: Davide Agati)
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  • Distretto del Commercio della Vallata: un corso d’inglese per i negozi di vicinato

    Distretto del Commercio della Vallata: un corso d’inglese per i negozi di vicinato

    I Comuni di Tarzo (capofila del progetto), Cison di Valmarino, Follina, Miane e Revine Lago hanno dato ufficialmente vita al “Distretto Territoriale del Commercio dei Cinque Comuni della Vallata”, riconoscimento ottenuto dalla Regione del Veneto già nell’autunno del 2023. Il nuovo anno si apre ora con una progettualità condivisa che vede le cinque amministrazioni impegnate, in modo unitario, nel sostegno alle attività e alle botteghe di vicinato.

    La prima iniziativa concreta è l’attivazione di un corso di inglese rivolto ai commercianti dei Comuni aderenti al Distretto, pensato come azione formativa iniziale a supporto degli operatori del settore.

    Le amministrazioni comunali sottolineano come tra gli obiettivi principali del Distretto vi sia la promozione di percorsi di formazione e qualificazione professionale, finalizzati alla crescita delle competenze degli esercenti. In particolare, l’attenzione è rivolta al rafforzamento delle conoscenze linguistiche in ambito commerciale e turistico. Il sostegno alle piccole realtà presenti nei borghi e nelle piazze della Vallata, insieme a una presenza di turismo straniero in costante aumento, ha spinto gli amministratori a fare rete e a costruire nuove sinergie territoriali.

    La gestione e l’organizzazione del corso sono state affidate al Comitato Pro Loco UNPLI Treviso – Parco del Livelet. I costi sono stati suddivisi tra i partecipanti e i Comuni aderenti. Il corso, a numero chiuso, coinvolge una ventina di esercenti e si svolge presso la biblioteca di Cison di Valmarino.

    (Autore: Simone Masetto)
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